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Colori, scenari, musiche, voci e
movenze sono entrati in sincronia, come rispondendo al magico suono di un
flautista invisibile. Silenzio, buio tutt’attorno e, alle battute del primo
attore, comincia a concretizzarsi il sogno di un intero anno scolastico. Ma
prima di raccontare le suggestioni che suscita in ciascun membro di questa
grande tribù il fare teatro, è bene informare i lettori sugli antefatti,
vale a dire su come si arrivi da un testo classico, affascinante come quello
di Aristofane, ad una rielaborazione che, pur non tradendo le intenzioni
dell’autore greco, giochi con le battute originarie e le metta in rima con
altre introdotte ex novo.
L’opera teatrale, firmata da Nicola Salvio, mette in scena, in apertura di
un sipario più ideale che reale, dei giornalisti impegnati nel rendiconto di
una seduta parlamentare uguale a tante altre, a quelle che si tengono a
Montecitorio, un dejà vu ridicolo e caricaturale. Gli onorevoli, in giacca e
cravatta gli uomini, in tailleur rigorosamente scuro e impeccabile le donne,
litigano -udite, udite- su questioni sempre terribilmente attuali: sanità,
quote rosa all’interno dei partiti, interesse della nazione e non dei
singoli…. Ad osservare i nostri studenti dentro abiti che non avrebbero mai
indossato se non per una farsa che tende ad esasperare le circostanze, ci si
rende conto che l’effetto è davvero quello desiderato: quegli abiti
nascondono la loro identità come le parole velano inesorabilmente i pensieri
di ciascuno di loro, e questo contribuisce a rendere ancora più incredibile
il suono di quelle non-verità che si vanno osannando dall’uno e dall’altro
schieramento politico. Finché un onorevole, a proposito del dibattito sulla
presenza femminile in parlamento, più per ostentare la propria cultura che
per convincimento reale, cita Le donne al Parlamento di Aristofane: il
contatto scatta e, come avviene nelle scene dei film più fantasiosi, si
materializzano sette donne dai tratti e dall’abbigliamento tipicamente
ateniesi che, poggiati a terra bastoni e fardelli, chiedono di recitare la
loro avventura. Vogliono raccontare di quando, ad Atene, le donne presero il
potere e governarono istituendo la D E M O C R A Z I A. Il gioco
pirandelliano trova terreno fertile perché gli onorevoli approvano ed il
povero Presidente della Camera deve cedere alla richiesta bipartisan…. Da
questo momento Salvio cede il passo ad Aristofane che con le sue battute
messe in bocca alle donne ci proietta nel mondo greco, grottesco e
dissacrante. Bisogna però, ad onor del vero, ricordare che, di tanto in
tanto, Salvio torna a farsi sentire per trascinare nell’oggi personaggi e
situazioni del passato: come nel caso della banditrice che deve convocare i
cittadini al banchetto pubblico; ebbene, la portavoce del nuovo governo
parla un napoletano strettissimo ed i giovani presenti in scena non possono
fare a meno di commentare che ciò è segno o di pazzia del regista, che ha
inserito questa stravaganza nella sua rappresentazione, o di attori che
recitano nella commedia sbagliata. Vi dicevamo delle donne: se il bersaglio
aristofanesco è l’utopia del comunismo, di quello che richiede la comunanza
dei beni e dell’amore, l’assurdità del tutto è esaltata dal fatto che ad
imbastire questo bel pasticcio sono le donne, quelle che fino ad ora
uscivano solo per le feste e per i funerali, quelle che ad Atene, e non
solo, non potevano di certo recitare….
E le donne, anche le più riluttanti, trovano che la storia potrebbe farsi
interessante non solo per il bene dello Stato, gravato da pesanti tensioni
politiche, ma per il tornaconto personale, che prevede un riscatto per
quante, vecchie e laide, sono state fino a quel momento disdegnate, anzi,
schernite dagli uomini.
Gli uomini, poi! La satira aristofanesca non li risparmia affatto perché è
proprio grazia alla loro incompetenza politica che le donne possono, con un
colpo mancino, prendere il potere e dettar legge.
Prendiamo quel povero diavolo di Blepiro: esce di buon mattino con la
camicia da notte della moglie, spinto da un bisogno impellente: si lamenta
come un bambino lasciato solo e, sapendo che senza la veste sottrattagli
dalla moglie non potrà recarsi in assemblea, si dispera e per il male alla
pancia, che non gli dà tregua, e per la perdita dei tre oboli che
costituiscono il gettone di presenza all’ecclèsia.
Blepiro è un debole che si fa raggirare dalla moglie senza alzare la voce,
anzi frigna come una femminuccia per poi annunciarle la novità appresa da un
amico, e che cioè il potere della città è stato affidato alle donne. Lo
annuncia a lei che è l’artefice di questa nuova, lei che ha deciso di
stravolgere la città di Atene, di liberarla da furti, da rapine e da
disuguaglianze sociali. Al primo senso di diffidenza di quanti non vogliono
mettere i propri beni in comune, si sostituisce pian piano la consapevolezza
che bisogna sottostare alle leggi: da qui banchetti in comune, figli che non
conosceranno mai l’identità del loro padre, vecchie fameliche che si
contenderanno lo sfortunato giovane che passerà nei paraggi delle loro
postazioni di guardia. Ma quando l’ennesimo giovane viene lacerato
dall’insaziabile avidità delle vecchie megere, ecco che rientra in scena il
Presidente del Consiglio che all’inizio dello spettacolo aveva
sarcasticamente concesso alle donne di Atene di recitare; dice che non si
può permettere che gli eventi assumano quel profilo, chiede l’aiuto degli
spettatori: ma un onorevole, avvicinandosi a lui, lo congeda, ricordandogli
che è tutto sommato più facile guardarsi dalle donne che dai politici
corrotti che troviamo in agguato, sempre e dovunque.
Lo spettacolo è stato gradito da un pubblico eterogeneo, composto da
autorità locali, da docenti, da studenti, genitori, concittadini e turisti.
Pregevole la scenografia che ha avuto la funzione di sede del Parlamento ed,
insieme con una differente dislocazione delle tribune, di piazza della
città, crocevia per i vari personaggi che si sono alternati sulla scena.
Scelta di colori ed organizzazione logistica dei pannelli sono state
pienamente rispondenti alle richieste e del testo e delle scene
rappresentate. Docenti e studenti dell’equipe di scenografia hanno veramente
superato ogni promessa di originalità e piacevolezza. Bravi anche gli
studenti di grafica, che hanno elaborato non solo le locandine per lo
spettacolo, ma si sono prodigati nella realizzazione di manifesti elettorali
per la propaganda dei neoparlamentari teatrali.
Si deve ancora aggiungere che gli abiti di scena sono diventati - da vesti
ormai segnate dai tanti anni di servizio- splendidi oggetti d’arte che quasi
si ha timore ad indossare: pennellate di colore, decorazioni fatte con
materiale semplice ma utilizzato con sapienza e maestria, hanno dato un
tocco di originalità e innovazione ad ogni capo. I trucchi, studio accurato
ed attento di due allieve dell’Istituto d’Arte, hanno dato risalto ai
personaggi.
Se successo c’è stato, il merito non è dunque del singolo, ma di una squadra
che ha ben lavorato, perché bravi e capaci sono stati anche quanti hanno
saputo coordinare tutto il lavoro che sta dietro a poco più di un’ora di
spettacolo. |