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TEATRO A SCUOLA

LEDONNEALPARLAMENTO


Le donne al Parlamento, la commedia di Aristofane, sapientemente rielaborata dal Dirigente Scolastico Nicola Salvio, è andata in scena dal 27 al 31 di maggio 2006 presso lo straordinario, quanto suggestivo, teatro all’aperto, allestito al Forte della Maddalenetta.
Il cambiamento di programma dell’ultimo momento - solo pochi giorni prima della rappresentazione si è stati informati che né il Teatro Civico né il Rina de Liguòro sarebbero stati utilizzabili - non ha smorzato l’entusiasmo della fiumana di studenti che ha presidiato per lunghi mesi i laboratori della scuola: da quello di scenografia all’atelier di rielaborazione dei costumi; dallo studio di danza a quello di recitazione; dal laboratorio di grafica e fotografia a quello di ideazione di trucchi ed acconciature. Tutti pronti a tutto, anche ad affrontare le intemperie che la stagione primaverile, con i suoi capricci, non ci ha lesinato. Ed anche quest’anno, come in passato, il miracolo si è ripetuto: d’improvviso, dal caos si è materializzato, magicamente, lo spettacolo.

   

Colori, scenari, musiche, voci e movenze sono entrati in sincronia, come rispondendo al magico suono di un flautista invisibile. Silenzio, buio tutt’attorno e, alle battute del primo attore, comincia a concretizzarsi il sogno di un intero anno scolastico. Ma prima di raccontare le suggestioni che suscita in ciascun membro di questa grande tribù il fare teatro, è bene informare i lettori sugli antefatti, vale a dire su come si arrivi da un testo classico, affascinante come quello di Aristofane, ad una rielaborazione che, pur non tradendo le intenzioni dell’autore greco, giochi con le battute originarie e le metta in rima con altre introdotte ex novo.
L’opera teatrale, firmata da Nicola Salvio, mette in scena, in apertura di un sipario più ideale che reale, dei giornalisti impegnati nel rendiconto di una seduta parlamentare uguale a tante altre, a quelle che si tengono a Montecitorio, un dejà vu ridicolo e caricaturale. Gli onorevoli, in giacca e cravatta gli uomini, in tailleur rigorosamente scuro e impeccabile le donne, litigano -udite, udite- su questioni sempre terribilmente attuali: sanità, quote rosa all’interno dei partiti, interesse della nazione e non dei singoli…. Ad osservare i nostri studenti dentro abiti che non avrebbero mai indossato se non per una farsa che tende ad esasperare le circostanze, ci si rende conto che l’effetto è davvero quello desiderato: quegli abiti nascondono la loro identità come le parole velano inesorabilmente i pensieri di ciascuno di loro, e questo contribuisce a rendere ancora più incredibile il suono di quelle non-verità che si vanno osannando dall’uno e dall’altro schieramento politico. Finché un onorevole, a proposito del dibattito sulla presenza femminile in parlamento, più per ostentare la propria cultura che per convincimento reale, cita Le donne al Parlamento di Aristofane: il contatto scatta e, come avviene nelle scene dei film più fantasiosi, si materializzano sette donne dai tratti e dall’abbigliamento tipicamente ateniesi che, poggiati a terra bastoni e fardelli, chiedono di recitare la loro avventura. Vogliono raccontare di quando, ad Atene, le donne presero il potere e governarono istituendo la   D E M O C R A Z I A. Il gioco pirandelliano trova terreno fertile perché gli onorevoli approvano ed il povero Presidente della Camera deve cedere alla richiesta bipartisan…. Da questo momento Salvio cede il passo ad Aristofane che con le sue battute messe in bocca alle donne ci proietta nel mondo greco, grottesco e dissacrante. Bisogna però, ad onor del vero, ricordare che, di tanto in tanto, Salvio torna a farsi sentire per trascinare nell’oggi personaggi e situazioni del passato: come nel caso della banditrice che deve convocare i cittadini al banchetto pubblico; ebbene, la portavoce del nuovo governo parla un napoletano strettissimo ed i giovani presenti in scena non possono fare a meno di commentare che ciò è segno o di pazzia del regista, che ha inserito questa stravaganza nella sua rappresentazione, o di attori che recitano nella commedia sbagliata. Vi dicevamo delle donne: se il bersaglio aristofanesco è l’utopia del comunismo, di quello che richiede la comunanza dei beni e dell’amore, l’assurdità del tutto è esaltata dal fatto che ad imbastire questo bel pasticcio sono le donne, quelle che fino ad ora uscivano solo per le feste e per i funerali, quelle che ad Atene, e non solo, non potevano di certo recitare….
E le donne, anche le più riluttanti, trovano che la storia potrebbe farsi interessante non solo per il bene dello Stato, gravato da pesanti tensioni politiche, ma per il tornaconto personale, che prevede un riscatto per quante, vecchie e laide, sono state fino a quel momento disdegnate, anzi, schernite dagli uomini.
Gli uomini, poi! La satira aristofanesca non li risparmia affatto perché è proprio grazia alla loro incompetenza politica che le donne possono, con un colpo mancino, prendere il potere e dettar legge.
Prendiamo quel povero diavolo di Blepiro: esce di buon mattino con la camicia da notte della moglie, spinto da un bisogno impellente: si lamenta come un bambino lasciato solo e, sapendo che senza la veste sottrattagli dalla moglie non potrà recarsi in assemblea, si dispera e per il male alla pancia, che non gli dà tregua, e per la perdita dei tre oboli che costituiscono il gettone di presenza all’ecclèsia.
Blepiro è un debole che si fa raggirare dalla moglie senza alzare la voce, anzi frigna come una femminuccia per poi annunciarle la novità appresa da un amico, e che cioè il potere della città è stato affidato alle donne. Lo annuncia a lei che è l’artefice di questa nuova, lei che ha deciso di stravolgere la città di Atene, di liberarla da furti, da rapine e da disuguaglianze sociali. Al primo senso di diffidenza di quanti non vogliono mettere i propri beni in comune, si sostituisce pian piano la consapevolezza che bisogna sottostare alle leggi: da qui banchetti in comune, figli che non conosceranno mai l’identità del loro padre, vecchie fameliche che si contenderanno lo sfortunato giovane che passerà nei paraggi delle loro postazioni di guardia. Ma quando l’ennesimo giovane viene lacerato dall’insaziabile avidità delle vecchie megere, ecco che rientra in scena il Presidente del Consiglio che all’inizio dello spettacolo aveva sarcasticamente concesso alle donne di Atene di recitare; dice che non si può permettere che gli eventi assumano quel profilo, chiede l’aiuto degli spettatori: ma un onorevole, avvicinandosi a lui, lo congeda, ricordandogli che è tutto sommato più facile guardarsi dalle donne che dai politici corrotti che troviamo in agguato, sempre e dovunque.
Lo spettacolo è stato gradito da un pubblico eterogeneo, composto da autorità locali, da docenti, da studenti, genitori, concittadini e turisti.
Pregevole la scenografia che ha avuto la funzione di sede del Parlamento ed, insieme con una differente dislocazione delle tribune, di piazza della città, crocevia per i vari personaggi che si sono alternati sulla scena. Scelta di colori ed organizzazione logistica dei pannelli sono state pienamente rispondenti alle richieste e del testo e delle scene rappresentate. Docenti e studenti dell’equipe di scenografia hanno veramente superato ogni promessa di originalità e piacevolezza. Bravi anche gli studenti di grafica, che hanno elaborato non solo le locandine per lo spettacolo, ma si sono prodigati nella realizzazione di manifesti elettorali per la propaganda dei neoparlamentari teatrali.
Si deve ancora aggiungere che gli abiti di scena sono diventati - da vesti ormai segnate dai tanti anni di servizio- splendidi oggetti d’arte che quasi si ha timore ad indossare: pennellate di colore, decorazioni fatte con materiale semplice ma utilizzato con sapienza e maestria, hanno dato un tocco di originalità e innovazione ad ogni capo. I trucchi, studio accurato ed attento di due allieve dell’Istituto d’Arte, hanno dato risalto ai personaggi.
Se successo c’è stato, il merito non è dunque del singolo, ma di una squadra che ha ben lavorato, perché bravi e capaci sono stati anche quanti hanno saputo coordinare tutto il lavoro che sta dietro a poco più di un’ora di spettacolo.